The Milky Way. Il cinema non si salva da solo.

Ed è proprio quell’aspetto di comunità, che vogliamo e che cerchiamo, ad aver reso indimenticabile l’uscita del film.”

È il tardo pomeriggio del 7 Marzo. Il treno proveniente da Bologna fa il suo ingresso nella stazione di Torino, nel vagone ci sono solo io. Si aprono le porte, scendo. Siamo in tutto una decina di persone a uscire dalle porte del treno e ad avviarsi verso l’uscita, la stazione è deserta e mi sembra di intuire che sarebbe cambiato tutto. Era già cambiato tutto.

Questa storia potrebbe iniziare in tanti modi, in diversi luoghi e differenti momenti. Ma forse ha senso iniziarla così, dal ritorno a casa dopo l’ultima proiezione, con la consapevolezza che sarebbe stata davvero l’ultima, almeno per un po’.Il tour era iniziato alla grande. Le anteprime di Bologna, Brescia e Torino avevano ufficialmente sancito l’uscita in sala di “The Milky Way – Nessuno si salva da solo”, il nono film di SMK Factory, il mio secondo lungometraggio. Eravamo entusiasti, felici. Ci dicevamo che non sarebbe stato facile dimenticare quei giorni; cinque spettacoli (tutti sold-out), più di 1100 spettatori, un’accoglienza fantastica. Non potevamo davvero immaginare un inizio migliore e d’altronde avevamo lavorato duramente proprio per quello.

È difficile riuscire a spiegare bene cosa sta dietro alla produzione di un film-documentario, quanto farlo investa e condizioni la vita in ogni suo aspetto. Si sacrifica tempo alla famiglia e agli affetti personali, ai compagni e alle compagne, alla lotta, a tutto il resto che non riguarda il film e la sua storia.

Per 2 anni la mia vita era stata totalmente assorbita da The Milky Way e da quello che succedeva sul confine alpino tra Italia e Francia. L’ho scelto io. E non riesco a iscriverlo sotto la dicitura “lavoro”, anche se è ciò che, banalmente, ci dà da mangiare. È decisamente qualcosa di più, qualcosa in cui si crede profondamente per cercare di cambiare, anche solo in un contesto specifico, lo stato di cose presenti. Quella scelta personale era diventata nel tempo una scelta collettiva. Ci siamo messi in gioco, sul piano umano e sul piano artistico. I desideri, gli sforzi, le difficoltà sono state trasformate in un valore, cosa per niente scontata. Mi viene da ripensare agli ultimi mesi del 2019, alle lunghissime sessioni di montaggio, le infinite riunioni, le discussioni, alle centinaia di matite consumate a disegnare su carta, a chi lavorava la notte di Natale e di Capodanno; una lunga e folle corsa che ci aveva permesso di rispettare la “promessa” che c’eravamo fatti collettivamente, quella di uscire in sala nell’inverno 2020.

Dopo il successo delle prime, anche le repliche a Bologna e Torino (17-18-19 Febbraio) erano andate benissimo e tutto preannunciava l’inizio di un lungo tour: avevamo fissato almeno una cinquantina di date in tutta Italia da lì a Maggio e molte altre si sarebbero aggiunte.

Poi è arrivato il “primo caso” di Coronavirus. Tutto è cambiato.

I primi sentimenti sono stati quelli di una grande confusione, incertezza. Non riuscivamo a capire quanto quello che succedeva avrebbe influito sul nostro film, ma anche e soprattutto sulle nostre vite. Le prime chiusure hanno riguardato da subito tutti quei luoghi di pubblica aggregazione, socialità e cultura, cinema compresi. Il 4 Marzo è arrivato il decreto che regolamentava le attività dei cinema durante l’emergenza; si poteva riaprire, ma con capienza ridotta per rispettare il distanziamento tra uno spettatore e l’altro.

Ci siamo interrogati a lungo, senza trovare una risposta, per capire quale fosse la cosa giusta da fare: se invitare le persone a venire al cinema o consigliare invece di chiudersi in casa. Il 6 Marzo avevamo in programma la prima fiorentina del film al Cinema La Compagnia. Ci sarebbe stata, a capienza ridotta. Così ho preso un treno e sono partito per Bologna raggiungendo il resto della banda di SMK Factory, da lì insieme verso Firenze. Ricordo una serata surreale. La capienza era stata ridotta a 120 posti, comunque tutti occupati. Un sold-out davvero particolare.

Mentre il film scorreva sullo schermo eravamo seduti intorno ad un tavolino a discutere di quello che sarebbe potuto accadere, ma soprattutto a cercare di capire quale poteva essere il nostro ruolo. Fu a quel tavolino, letteralmente, che nacque lo streaming di comunità. Il giorno dopo, tornati a Bologna, abbiamo sistemato le ultime questione tecniche per lanciare lo streaming. Presi le mie cose al volo e partimmo in macchina verso la stazione. Mentre lasciavo Bologna sapevo che non ci saremmo visti per un bel po’. Ma ciò che non sapevo è che quel “bel po’” sarebbe durato tutt’oggi.*

*Nota del regista Luigi D’Alife


The Milky Way oggi. Come rispondere alla precarietà del nostro tempo?

Le parole che seguono non vogliono essere una cronistoria di quanto successo dall’8 Marzo in poi. Vogliono essere, da un lato, un modo per ricomporre un filo che si è interrotto, ma anche un esercizio per provare a mettere in fila i pensieri ed i sentimenti di questi quasi 60 giorni di confinamento nelle nostre case.

Il lockdown si è abbattuto come una falce sulle nostre vite, le nostre libertà sono state spazzate via nel nome della lotta al virus e della tutela del diritto alla salute. Tutte e tutti abbiamo fatto la nostra parte, abbiamo rinunciato a ciò che ci rende umani, ai contatti, alla socialità, allo stare insieme, alla libertà. Lo abbiamo fatto in preda alla precarietà esistenziale, all’incertezza (anche economica), alla tristezza, alla paura, al dolore per le centinaia di vite che giorno dopo giorno si spegnevano senza freno. Ognuno di noi ha rinunciato a qualcosa credendo fosse importante farlo.

Torino 15/03/2020 – Ph. Luigi D’Alife / SMK Factory

Nelle settimane di lockdown non abbiamo mai smesso di sentirci, di confrontarci, di capire quale potesse essere il nostro ruolo di documentaristi, di provare ad aiutarci anche a distanza. Abbiamo deciso di congelare il film ed ogni ragionamento legato alla sua circolazione. Non ne abbiamo praticamente più parlato, fino a qualche giorno fa. In queste settimane abbiamo spesso parlato fra di noi di come fosse sconvolgente che la frase che scegliemmo quasi un anno fa per accompagnare il titolo del film, fosse praticamente diventata uno dei leitmotiv della quarantena. Nessuno si salva da solo.

Eravamo convinti dell’attualità di questo concetto ben prima dell’arrivo della pandemia. D’altronde cosa può esserci di più attuale di concetti quali confine, libertà di movimento, solitudine, mutuo soccorso, solidarietà, comunità?

La pandemia e le misure messe in campo dagli Stati hanno esasperato il concetto di confine, non solo più strumento di esclusione dei più poveri, ma limite alle nostre libertà individuali e alle nostre connessioni sociali. La repressione della libertà di movimento ha assunto nuove forme andando a colpire soggetti diversificati, non solo più inscrivibili alla categoria dei “migranti”. La risposta al rischio di pandemia è stata la chiusura immediata di confini e frontiere, considerati strumento chiave per determinare e proteggere il proprio territorio e popolazione. Questi mesi ci hanno dimostrato esattamente il contrario. Il Covid-19 ha messo in crisi l’idea di confine come funzione di protezione e sicurezza, dimostrando come i problemi sono intrinsecamente comuni a tutti gli esseri umani. Ma soprattutto di come il concetto di confine, esplicitato attraverso l’esercizio del controllo (e arbitrariamente del potere repressivo), possa colpirci in maniera indistinta, e non sia prerogativa degli altri, dei poveri, del migrante.

“Nessuno si salva da solo” è diventata una constatazione evidente a tutti, nella tragedia.

Brescia – Tempio crematorio – Ph. Nicola Zambelli / SMK Factory

Nessuno poteva salvarsi da solo, né operatori sanitari né pazienti, nel contesto di un sistema sanitario che ha visto la sistematica messa a valore del profitto a scapito della saluta pubblica e del benessere collettivo. Migliaia di persone sono state lasciate morire nella solitudine della propria casa (o nelle RSA) senza nessun tipo di aiuto. Altre migliaia sono state esposte al rischio di contagio in nome della produttività e della necessità di mantenere vivo quello stesso sistema che si è rivelato essere il primo responsabile del verificarsi del fenomeno. Gli “esperti” che affollano le trasmissione televisive hanno più volte ribadito che morire di Covid è un po’ come morire annegati, ma più lentamente. Già visto? già sentito?

Che cosa vuol dire la vita umana per le istituzioni che ci governano, che esercitano il potere di dividere la propria popolazione in produttivamente utile e inutile, e lo fanno arbitrariamente (v. caso lombardo), proprio come arbitrariamente aprono e chiudono i confini nazionali e europei, provocando tragedie? Dovremmo iniziare a interrogarci e pensare che così come è stato negoziato, a partire dalla capacità di “accoglienza” dei nostri ospedali, il valore della vita di un malato di Covid, da anni viene negoziato il valore delle vite di chi muore nel Mediterraneo o perde gli arti durante l’attraversata delle Alpi. E forse potremmo iniziare a capirlo meglio, ora che ci investe in tutta la sua brutalità.

Cosa significa dunque che “nessuno si salva da solo”?

Che oggi più che mai è necessario ripartire da quello stesso concetto di comunità, che è stato devastato dalle politiche neoliberiste degli ultimi decenni. Un senso di comunità messo duramente alla prova dalla situazione emergenziale e dalle misure coercitive che gli Stati hanno messo in campo per “combatterlo”, in un contesto di frammentazione sociale sempre più profonda e che pare spingere le persone a ricercare il nemico da combattere sempre “in basso” e (quasi) mai verso “l’alto”.

È in questo contesto di enorme disgregazione che è doveroso infilarsi nelle pieghe di questa crisi e tracciare nuove possibilità di società e di vita insieme, rigettando questa nuova spaventosa “normalità” fatta di paura, ostilità e indifferenza, sintetizzabile nella frase “si salvi chi può”, che è esattamente il contrario di ciò che vogliamo, è esattamente il contrario di “Nessuno si salva da solo”, ciò in cui crediamo ed a cui aspiriamo.

“Nessuno si salva da solo” presuppone una scelta partigiana.

Decidere da che parte stare, o come ha scritto Emanuele Giacopetti (illustratore di The Milky Way) nei giorni scorsi su una striscia disegnata in ‘occasione del 25 Aprile, “scegliere il noi in cui stare”.

Il mio noi sa che sarà finita quando torneremo nei prati e nelle strade, non in fabbrica. Il mio noi sa che ad ammazzarci non è il virus, ma un sistema che scambia posti letto con guadagni e cannoni.
Il mio noi saprà che se possiamo lavorare in “sicurezza”, allora possiamo anche lottare, perché niente sarà più come prima. E qualcuno la pagherà, e quel qualcuno non dobbiamo essere noi.

Proviamo a chiudere questa lunga riflessione provando a condividere quella che è la situazione del nostro film, così come abbiamo fatto dall’inizio della sua produzione.

Al momento non sappiamo se, quando e come riusciremo a tornare in sala. I cinema, i teatri, i diversi spazi sociali e culturali, sono stati i primi a chiudere e regna una totale incertezza su quando sarà possibile una riapertura. Il governo e la classe politica di questo paese hanno fatto scendere una imbarazzante cappa di silenzio sul mondo della cultura e dello spettacolo. Centinaia di migliaia di lavoratori non stanno percependo nessun tipo di reddito e di sostegno, né vengono citati in qualsivoglia discorso pubblico e/o decreto. Semplicemente non esistono. Non esistiamo.

Ma si sbagliano. Noi siamo qui, in carne, ossa e pensieri.

Siamo stati i primi a credere fondamentale dare il nostro contributo alla comunità in questo momento di difficoltà attivando il nostro streaming gratuito. Il lockdown ha dimostrato più che mai come l’arte, nelle sue varie accezioni, sia un elemento fondamentale delle nostre vite. Provate per un attimo ad immaginarvi la quarantena senza film, documentari, musica, libri, performance, fumetti ecc. Tutte cose che ci fanno stare bene, stare meglio, rilassare, pensare, riflettere, che ci fanno crescere sul piano culturale e della critica al presente.

Dietro un film, dietro una canzone o un libro, ci sono persone in carne ed ossa. Se queste persone non saranno più nella condizione di vivere dignitosamente, non potranno semplicemente più farlo. Come molti di voi sapranno il nostro film è frutto di un grande sforzo di produzione comunitario dal basso, a cui attraverso una campagna di co-produzione popolare hanno partecipato 466 tra spazi sociali, associazioni, circoli e singoli individui. Prima dell’uscita del film abbiamo raccolto poco meno di 20.000 euro, a fronte di un budget previsto di 50.000 euro. Il che significa che ad oggi abbiamo un enorme buco, che nella pratica vuol dire totale incertezza sulla possibilità di rientrare del debito e pagare i nostri stipendi. Allo stesso modo non crediamo di essere gli unici, anzi pensiamo esattamente il contrario, ovvero che siamo in molti ad aver visto esasperata la nostra pregressa condizione di precarietà esistenziale.

Da poco abbiamo ripreso il ragionamento sul “che fare”, con la consapevolezza che di questi tempi ogni decisione ha un peso specifico particolare, dovendo affrontare problemi struttrali indediti. Siamo certi che non vogliamo (e non possiamo) lasciar morire così il nostro film, né vogliamo tenerlo in sospeso per chissà quanto altro tempo, perché il nostro film parla di attualità e denuncia una realtà che è necessario cambiare ora e subito, tutti e tutte insieme.

Prestissimo annunceremo una linea tutta nostra per poter mostrare il film a tutti e tutte coloro che non hanno avuto occasione di vederlo, ma su questo vogliamo già in questa sede essere più che chiari: non pensiamo in nessun modo che le soluzioni digitali possano andare a sostituire quello che rappresenta il valore di vedere un film collettivamente. Ci si dimentica con troppa facilità che guardare un film o un documentario non è semplicemente la fruizione di uno spettacolo che avviene in questo o quel luogo (e la stessa cosa vale per teatro, musica, ecc.): il valore del vivere insieme quell’esperienza, del discutere e confrontarsi su quello che si è visto, non potrà mai essere sostituito da nessuna piattaforma.

Per questo rivendichiamo la necessità di tornare nei luoghi di socialità, di aggregazione e di cultura, di farlo con i tempi e con le modalità di tutela della salute che sono, chiaramente, elemento imprescindibile. Ma non possiamo accettare in nessun modo che in nome della “guerra al virus” vengano spazzati via quelli che sono veri e propri spazi di confronto, di crescita individuale e collettiva, di comunità, di vita insieme.

E questa magia si crea solo quando le persone si mettono insieme. Con le loro abilità, con i loro desideri e sogni. Oggi tracciamo una linea e ripartiamo da qui, insieme a voi. Perchè da soli si perde. Sempre.”

SMK Factory / OpenDDB

Una crisi come questa colpisce tutte e tutti, compreso il cinema indipendente, comprese/i tutte le precarie e i precari. Compresi noi. Se lo reputi opportuno, e se ne hai le possibilità, fai una donazione libera. Le donazioni contribuiranno ad affrontare le spese di produzione del film The Milky Way, duramente colpito dalla chiusura delle sale e degli spazi culturali.

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