Un’emergenza nell’emergenza: cosa succede nelle carceri?

La necessità di governare una situazione emergenziale, come quella provocata dalla pandemia covid-19, ha prodotto l’uso generalizzato di strumenti giuridici di natura eccezionale, che incidono sull’intero corpo sociale imponendo il distanziamento e la riduzione della socialità, come forme importanti di prevenzione rispetto alla diffusione del virus. È ben evidente come queste restrizioni vadano a limitare temporaneamente una serie di libertà garantite costituzionalmente, dal diritto alla circolazione e alla riunione fino (per fare un esempio) a quello di esercizio dei culti religiosi, anche attraverso l’applicazione di norme penali.

Non vogliamo, con questo articolo, entrare nell’importante dibattito sulla gestione normativa dell’emergenza e sulle sue conseguenze in termini di lungo periodo. Vogliamo invece osservare che questa necessaria “disciplina di emergenza” si va ad applicare a luoghi in cui una gestione emergenziale era “di casa” anche prima di questo particolare periodo. L’esempio che si è mostrato con maggiore evidenza ai nostri occhi è quello delle carceri, tema che è rappresentato fra i nostri film in catalogo da due lavori, Ninna nanna prigioniera (di Rossella Schillaci – 2016) e Meno male è lunedì (di Filippo Vendemmiati – 2014), e di cui si occupano in modo continuativo e appassionato due realtà a noi molto vicine e di cui facciamo parte, Vag61 e ZiC – Zero in Condotta.

Abbiamo cercato di approfondire i contorni della questione con un’intervista, che trovate nella parte centrale dell’articolo, all’avv. Luigi Romano, dell’Associazione Nazionale Antigone.

A tutti i cittadini è stato richiesto di rimanere a casa, ma fra questi vi sono anche persone che, a causa di restrizioni pregresse allo scoppio della pandemia, a condizioni di vita precaria o di salute labile a casa non sono potuti tornare. È il caso delle centinaia di migliaia di senza fissa dimora che popolano le strade del nostro paese giorno e notte o i dormitori, degli anziani che vivono in case di riposo più o meno privatizzate, dei migranti in attesa di procedure di riconoscimento d’identità e dello stato di rifugiati alloggiati in grandi strutture come CAS, CARA, HUB, CPR, dei Rom che vivono in abitati poco attrezzati e non sanificati, dei pazienti degli ospedali psichiatrici e dei detenuti che abitano le case circondariali di tutta la nazione.

Quello che accomuna tutti questi casi è che le strutture che accolgono queste persone non sono oggettivamente idonee a garantire il rispetto delle prescrizioni legali e la salvaguardia della salute, sia degli “ospiti”, sia degli operatori che li affiancano e conseguentemente di tutta la popolazione.

Nelle scorse settimane il sovraffollamento carcerario, da sempre piaga sociale del nostro sistema, e l’emergenza da covid-19 hanno condotto a diversi casi di evasione, protesta, aggressione e decesso in 27 differenti istituti penitenziari sul territorio nazionale.

Il sistema carcerario in Italia è in crisi da decenni. Non vengono stanziati fondi sufficienti per le migliorie necessarie alle strutture né tantomeno vengono investite somme adeguate sul personale civile e carcerario che lavora all’interno, preferendo che gran parte del lavoro di tutela, salute, integrazione ed educazione sia gestito su base volontaria o auto-finanziata. Secondo la “Simpse” (Società italiana di medicina e sanità penitenziaria) gli istituti detentivi sono luoghi di facile scambio e proliferazione di contagi di patologie ed infezioni.

Mentre l’Italia iniziava a confrontarsi con la chiusura di confini e delle saracinesche nelle città, i detenuti senza molto preavviso hanno visto chiudere le porte delle loro celle, trovandosi improvvisamente e senza tante spiegazioni privati delle già molto ristrette libertà personali. In data 7 marzo 2020, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Ministro della giustizia è stato firmato il decreto legge per le “misure straordinarie ed urgenti per contrastare l’emergenza epidemiologica da covid-19 e contenere gli effetti negativi sullo svolgimento delle attività giudiziarie”, che ha previsto il rinvio di tutti i procedimenti in atto alla fine dell’emergenza e ha congelato il sistema giudiziario, limitando fino al 31 maggio 2020 l’accesso ai servizi, agli uffici e alle udienze, i colloqui con i congiunti o con altre persone cui hanno diritto i condannati, i permessi premio ed il regime di semi libertà.

Contemporaneamente al decreto sulle restrizioni, l’OMS ha redatto un documento sul comportamento da attuare all’interno delle carceri per prevenire che questi spazi divengano fonte di infezione, amplificazione e diffusione di malattie infettive, che prevede delle misure di sicurezza inapplicabili all’interno di celle sovrappopolate. Mentre la sanità chiedeva di porre a maggiore distanza le persone, ridefinendo le modalità di vita all’interno degli spazi del carcere per alleggerire il pericolo e la paura, la risposta dello Stato Italiano è stata quella di appesantire entrambe.

Vincenzo Sucato, di 76 anni è stato il primo detenuto deceduto a causa del covid-19 (contratto all’interno del carcere di Bologna), e pochi giorni fa è stata accertata la positività di un detenuto del carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta); sono più di 200 gli agenti di polizia penitenziaria contagiati, 2 i deceduti e le stime non sono complete. Sicuramente il basso rapporto medico per detenuto (1 a 315), la mancanza di macchinari per la terapia intensiva, la scarsità di spazi per l’isolamento, la mancanza di presidi per la prevenzione come mascherine, tute, occhiali e guanti, condurrà, se non arginata in tempo, ad altri decessi e alla proliferazione di nuovi focolai.

Amnesty International e diverse realtà che si occupano di salute e tutela dei diritti esortano ad accelerare le procedure di decongestionamento delle prigioni italiane, come sta avvenendo in tutto il mondo.

Abbiamo incontrato l’avvocato Luigi Romano, penalista e presidente della sede regionale Campania dell’Associazione Antigone, per i diritti e le garanzie nel sistema penale, per farci raccontare quale sia la situazione reale all’interno delle case e dell’impatto del decreto Bonafede sulla vita delle persone che il carcere lo vivono quotidianamente.

La premessa dell’avvocato Romano è che questo decreto complica la situazione già disastrosa delle nostre prigioni invece che favorire la sicurezza e la dignità al suo interno in questi tempi di emergenza collettiva, trasformandole in pericolosi focolai del virus sui quali sarà difficile agire nel caso la situazione vada fuori controllo.

Avv. Romano, quale è stata la reazione del sistema carcerario all’evolversi dell’emergenza?

“Si pensa erroneamente al carcere come ad un luogo isolato ed impermeabile ed invece respira allo stesso tempo della società libera. È iper-connesso con il mondo del fuori e c’è sempre una relazione tra territorio e struttura detentiva. L’errore di percezione ha fatto ritenere che il carcere non potesse essere colpito da tale emergenza. Il ‘mondo in sezione’ (mi riferisco alle direzioni degli istituti, dei provveditorati regionali e degli operatori penitenziari) temeva l’implosione, ma il DAP ha ignorato tutto e si è reso responsabile insieme con il Ministero della Giustizia degli eventi drammatici.

Chi sta subendo moltissimo questa ‘sospensione’ della vita giudiziaria sono i detenuti in attesa di giudizio, ovvero la maggioranza delle persone tenute in forza nelle nostre carceri, che si trovano a dover scontare le misure cautelari inframurarie senza essere stati condannati”.

Carcere Le Vallette di Torino, fotografia di Luigi d’Alife

Come si è arrivati allo scoppio delle rivolte?

“Allo scoppio si è arrivati principalmente perché l’amministrazione e le direzioni delle carceri non hanno saputo gestire il panico che chiaramente si è scatenato con la diffusione delle notizie sul contagio del virus e, soprattutto, con l’apprensione suscitata dalla notizia dell’interruzione improvvisa dei colloqui con i familiari.

Le restrizioni possono anche essere considerate necessarie e valide, soprattutto perché il carcere è in stretta connessione con l’esterno, solo se non sono le uniche misure acquisite, mentre le circolari del Dipartimento dell’Amministrazione sembrano scritte da persone che non hanno mai visto un istituto di pena. In Campania (insieme alla Lombardia regione più colpita dal sovrafollamento) una cella mediamente ospita 4-6 persone mentre nel femminile di Pozzuoli ci sono celle da 16 persone, in ogni caso, se si verificassero casi di contagio, non sarebbe possibile garantire il distanziamento necessario per evitare la diffusione immediata del virus.

Attualmente i detenuti sono ristretti in condizioni illegittime e gli istituti del nostro paese non permettono l’unica misura che potrebbe proteggere la popolazione dal contagio. Sono sicuro che il sistema carcerario capitalistico, fondato sull’iperincarcerazione di massa delle fasce marginali della popolazione è stato colpito nel cuore dal virus; nessuno era pronto a fronteggiare questa pandemia e le nostre strutture sociali, regole ed inquadramenti funzionali, si sono mostrati estremamente rigidi. Quando una forza elastica e duttile colpisce un corpo morente e rigido, il tessuto si sfibra implodendo. Ecco, noi stiamo guardando cedere lentamente le strutture della nostra architettura sociale e il carcere ne costituisce un fondamento”.

Cosa sarebbe necessario fare marginalizzare il problema?

“Bisognerebbe immaginare dei meccanismi automatici per defaticare il carico e dovremmo liberare le nostre prigioni almeno di 20.000 detenuti attraverso la sospensione della pena, per poter riportare la condizione delle strutture nei parametri della Costituzione (ex. art. 27 Cost.)

Le norme introdotte da questo governo rispolverano un istituto già presente nel nostro ordinamento che sono gli arresti domiciliari previsti dalla l. 199/2010. Hanno cercato di snellire la procedura con la previsione del braccialetto elettronico per chi ha un domicilio certificabile, sottovalutando che non vi sono sufficienti braccialetti sul territorio nazionale e la maggior parte dei reclusi non ha un domicilio legale.

Molte volte, sbagliando, pensiamo al carcere come ad una questione marginale, ma quando si verifica una restrizione dei diritti, in quello spazio di forze si scatena una diminuzione delle garanzie in tutto il sistema”.

Carcere Dozza di Bologna, fotografia di Michele Lapini

Il 7 aprile si è celebrata la Giornata mondiale della salute 2020, un’occasione importante per riflettere su cosa significhi l’universalità di un diritto come quello alla salute, tema sollevato dalla mobilitazione della Campagna Dico32 – Salute per tutte e tutti! per un servizio sanitario pubblico, equo e universale. A questa mobilitazione si sono aggiunte molte voci, anche concentrandosi su aspetti specifici, come la salute in ambito carcerario e nei contesti di accoglienza.

A Bologna, il centro sociale autogestito Vag 61 ribadisce con un comunicato “l’urgenza di una campagna per l’amnistia, l’indulto e per misure alternative alla detenzione”, segnalando la scarsa incisività del decreto legge del governo (D. L. 17 marzo 2020 n. 18) che introduce un’ipotesi di detenzione domiciliare “speciale” fino al 30 giugno 2020 per i detenuti a cui rimane una pena non superiore a 18 mesi, con l’impiego del braccialetto elettronico. Nel riscontrare una contraddizione di fondo, cioè che per poter beneficiare delle misure alternative sia necessario che i detenuti dispongano di domicili idonei, Vag61 lancia a livello della città di Bologna una proposta di alcuni spazi vacanti per reperire forme di residenza idonee per ospitare persone scarcerate. Un domicilio per i/le detenuti/e… Se non ora quando?

Qui il link allo SPECIALE CARCERE di Zic – Zero in Condotta.

Approfondimento: l’amnistia in tempi di covid-19? Alcuni esempi dal mondo…

Mentre l’Italia indugia e rallenta ogni procedura per la liberazione temporanea dei suoi detenuti nel mondo sempre più detenuti sono insorti in rivolte più o meno violente per ottenere il diritto al rilascio temporaneo o definitivo nel rispetto dei diritti umani fondamentali per la preservazione della salute e della vita. Molti paesi hanno accettato di liberare detenuti accusati di reati minori o vicini al termine della loro pena.

Irlanda del Nord: liberati temporaneamente 200 detenuti dal carcere di Belfast.
UK: predisposto il rilascio anticipato attraverso braccialetto elettronico di un numero imprecisato di detenuti, il ministero della giustizia ha affermato che avrebbe anche preso in considerazione la presa in carico di altri edifici di proprietà pubblica per ospitare i prigionieri per consentire una maggiore distanza sociale all’interno delle carceri. Francia: previsto il rilascio di 6000 detenuti per reati minori. Norvegia: ridotto l’uso delle celle doppie o multiple a favore delle celle singole, posizionamento in isolamento dei detenuti a rischio contagio Albania: prevista la scarcerazione di 600 detenuti (il 10% del totale) per 3 mesi presso le loro abitazioni. Il ministro della Giustizia, Etilda Gjonaj, ha spiegato che il provvedimento riguarderà due categorie di detenuti: “quelli a cui è rimasto da scontare fino a 3 anni di pena, e quelli con oltre 60 anni di età con fino a 5 anni di pena residua e che soffrono di patologie croniche. Nessun condannato per reati gravi”.
Usa: nonostante siano morti 5 detenuti colpiti da coronavirus e vi siano 350 positivi fra detenuti e polizia penitenziaria, negli Stati Uniti d’America sono state rilasciate solo 500 persone Bolivia: 23 morti duranti gli scontri nel carcere di Bogotà e 83 feriti a seguito del panico scaturito per la veloce diffusione del coronavirus
Brasile: quasi 1400 i detenuti è scappati dal regime di semi libertà nello stato di San Paolo (750 dei quali sono stati ricatturati) dopo la notizia della sospensione dei permessi premio a causa dell’epidemia di Covid-19 e della decisione del governo di non rilasciare 34.000 detenuti per evitare il sovraffollamento.
Venezuela: a causa delle restrizioni per i detenuti del Venezuela, 84 detenuti sono evasi (e 10 sono stati uccisi successivamente dalle forze dell’ordine e 6 ricatturati) nel carcere di San Carlos nello stato Zulia Perù: nella prigione di El Truillo due giorni di rivolte hanno portato alla morte di 2 carcerati e al ferimento di altri 6, assieme a 11 guardie, il governo ha reagito aumentando i controlli e la sicurezza con 70 nuovi agenti.
Argentina: 5 morti a seguito delle rivolte per gli stessi motivi di tutto il mondo. La corte suprema di Buenos Aires sta lentamente decidendo se sospendere temporaneamente la pena di ci 50.000 detenuti ancora in attesa di giudizio.
Tailandia: il 29 marzo 100 detenuti del carcere di Bangkok sono insorti e 20 sono evasi a seguito delle problematiche sanitarie dovute al sovraffollamento e alle restrizioni attuate per arginare il diffondersi dell’epidemia, nessun prigioniero rilasciato.
Indonesia: il 31 marzo il governo di Giakarta rilacia 30.000 detenuti in via temporanea, per alleggerire l’altissimo rischio di contagio dovuto al sovraffollamento delle celle, dopo aver tentato di arginare i contagi con restrizioni delle visite e l’implemento di video chiamate. Al 23 marzo le carceri indonesiane detenevano 270.000 persone, quasi il doppio della loro capacità. Prima di essere rilasciati, il direttore generale per le strutture correttive, ha dichiarato che i carcerati verranno sottoposti a controlli medici e dovranno dichiarare a quale indirizzo siano costantemente reperibili. Alcune coalizioni politiche hanno richiesto l’indulto per tossicodipendenti e piccoli trafficanti, persone anziane o ree di reati minori, in quanto il paese non è in grado di gestire la quarantena di possibili contagiati.
Myanmar: il sistema carcerario è composto da 46 carceri e 50 campi di lavoro e conta 92.000 detenuti per una capacità di contenimento ufficiale di 66.000 posti letto. Il 15% della popolazione carceraria è in attesa di processo e l’80% del totale è colpevole di piccoli reati legati al commercio di droga. Vi sono solo 30 medici e 80 infermieri impiegati in tutta la nazione nel sistema carcerario. Il carcere più grande è quello di Rangoon, la capitale e conta quasi 13.000 detenuti per 5.000 posti e il governo fornisce ai detenuti acqua e zenzero da bere come forma di prevenzione al coronavirus. In Myanmar vi sono anche 350.000 sfollati di etnia Rohingya intrappolati in campi profughi con un livello igienico-sanitario estremamente basso che vengono costantemente arrestati per tentata fuga dalle condizioni disastrose in cui vivono nello stato di Rakhine. Il governo non ha rilasciato alcun detenuto.
India: in Uttar Pradesh il sovraffollamento tocca quasi il 50% in più della reale capacità di accoglienza e per questo è stato previsto il rilascio 11.000 detenuti per 8 settimane provenienti da 71 carceri e sentenziati con pene inferiori a 8 anni, mentre i 234 detenuti politici restano tutti in carcere. In Maharashtan le carceri toccano il 30% in più dei detenuti che potrebbero ospitare e stanno vagliando il rilascio anche qui di 11.000 prigionieri per 45 giorni (per ora ne sono stati rilasciati solo 80). Il Madhya Pradesh ha predisposto il rilascio di 15,000 detenuti entro una settimana per 60 giorni. A Delhi il 28 marzo sono stati rilasciati 456 detenuti per 45 giorni e sono previsti altri 3000 rilasci. Il Punjab ha liberato 6000 prigionieri per 6 settimane in libertà vigilata Il kerala che è lo stato più colpito dal coronavirus non ha ancora annunciato il rilascio di prigionieri Lo stato di Haryana non ha annunciato alcun rilacio, Tamil Nadu ha previsto il rilascio di 1180 detenuti per 2 settimane, l’Uttarakhand ha rilasciato 855 prigionieri sulla parola per 6 mesi, l’Assam ha liberato 41 prigionieri, l’Odisha 1727 e il Gujarat ha previsto il rilascio di altri 1.200
Iran: il 30 marzo è avvenuta l’ultima di diverse rivolte nel carcere di Tehran per le precarie condizioni di salute che hanno condotto a numerosi decessi nelle ultime settimane. Sono riusciti ad evadere 54 detenuti e il governo ha liberato temporaneamente 85000 detenuti tra cui la prigioniera politica Nazanin Zaghari-Ratcliffe, accusata di complotto per rovesciare il governo Iraniano per aver prodotto del materiale multimediale e informatico finalizzati all’informazione ed è stata dotata di cavigliera elettronica e obbligata a non allontanarsi più di 300 metri dalla casa dei genitori.
Afghanistan: per fare fronte all’emergenza anche l’Afghanistan decide di rilasciare 10.000 detenuti per un periodo limitato, principalmente donne e bambini e uomini sopra i 55 anni. Come in tutti gli altri paesi l’armistizio temporaneo non riguarda persone che hanno commesso crimini contro lo stato.
Sud Sudan: le nazioni unite hanno velocemente attivato un protocollo per la salvaguardia da covid-19 dei detenuti e le detenute nelle carceri del Sud Sudan, attraverso delle campagne di sensibilizzazione all’igiene e al distanziamento, la riduzione di contatti con l’esterno e la richiesta del rilascio di un cospicuo numero di persone per evitare la strage, considerando che in alcuni carceri il sovraffollamento raggiunge il 1000% della loro capacità di contenimento. Domenica mattina, nella prigione di El Hoda, nel nord-ovest di Omdurman, sono scoppiate violente proteste da parte dei prigionieri che hanno chiesto il rilascio immediato per paura di un’infezione da coronavirus.
La polizia ha dichiarato che esattamente alle 9:00, quando le autorità carcerarie hanno inviato i detenuti alle stazioni di polizia e ai tribunali, un gruppo di prigionieri in attesa ha iniziato una rivolta, sedata con la forza e gas lacrimogeni.
Sud Africa: nonostante sia il paese più ricco di tutto il continente Africano il sovraffollamento negli istituti penitenziari è altissimo: 162.875 detenuti per soli 118.572 posti letto.
Etiopia: il governo etiope si è recentemente scontrato con le forze separatiste Oromo, e ha tenuto il paese in black-out da internet, comunicazione ed informazione per diversi mesi, impedendo alle persone di venire a conoscenza della diffusione del virus. Al momento sono state liberate 4000 persone dalle carceri per arginare gli effetti del sovraffollamento ed è previsto il rilascio di altre 1600, mentre altri ancora saranno rilasciati poco dopo. Molti di questi hanno ricevuto l’amnistia.