The Milky Way: un anno dopo.

Era il 10 Febbraio 2020 quando la prima nazionale nella sala strapiena del Cinema Massimo di Torino sanciva l’uscita ufficiale di The Milky Way, il nono film di SMK Factory. Oggi, a distanza di un anno, riavvolgere il nastro delle memorie e delle emozioni ci appare un esercizio molto particolare, che suscita in noi sentimenti contrastanti.

Non possiamo non ricordare quei giorni, a partire dall’anteprima nazionale alla cineteca di Bologna, passando per il Nuovo Eden di Brescia e infine Torino, come giorni pieni di felicità e di grandi aspettative per il futuro. Cinque spettacoli, tutti sold-out, per iniziare alla grande il percorso del nostro nuovo film.


In questo ultimo anno abbiamo scritto più volte di quanto è successo dopo quei tre giorni: l’inizio della pandemia e il lockdown, la ripresa del tour e la nuova chiusura delle sale, la frontiera che uccide e i cambiamenti dei flussi migratori sul confine alpino.

Questo articolo non vuole essere dunque una cronistoria dell’ultimo anno, quanto piuttosto un’occasione per stilare un primo (parziale) bilancio, ma soprattutto ragionare sulla situazione in cui versa il settore cinematografico e l’intero comparto culturale.

Il tour, la chiusura dei cinema e il deserto che ci si para davanti

Le fasi iniziali della prima e della seconda ondata della pandemia che ha colpito il paese hanno portato con sé alcuni elementi comuni, tra cui il fatto che gli spazi culturali (cinema, teatri e luoghi della musica) sono stati i primi spazi pubblici ad essere chiusi. Se consideriamo i dati a partire dall’8 Marzo, nel 2020 il mercato relativo a questo settore ha registrato il 93% circa in meno di incassi e presenze rispetto al 2019, per una differenza negativa di 460 milioni di euro.

In precedenza, alla fine del mese di febbraio, cioé prima dell’inizio dell’emergenza, tale mercato cresceva in termini di incasso di oltre il 20% rispetto al 2019, del 7% circa sul 2018 e di oltre il 3% rispetto al 2017. Per noi i numeri non sono mai fini a se stessi, piuttosto li riteniamo uno strumento utile per leggere la realtà.

Una realtà che ci racconta come il disastro, economico e non, che ha colpito il settore, sia senza precedenti.

A partire dal 15 Giugno 2020, data che ha segnato la possibilità di riaprire i luoghi del cinema, abbiamo ricominciato a portare il nostro film in giro per l’Italia e non solo. Abbiamo constatato come la voglia di informazione, confronto, crescita e condivisione della cultura non fosse stata spazzata via dal virus e dalle sue temibili ripercussioni sociali, ma di come al contrario in molti ne sentissero (ancora di più) la necessità. Dal 19 Giugno al 21 Ottobre abbiamo riprogrammato 36 date, di cui 19 con la presenza del regista, riuscendo a riportare in sala più di 2000 persone, con una media di 55 persone a proiezione. Ci è parso evidente come la pandemia abbia evidenziato le dinamiche fallimentari di un certo tipo di distribuzione cinematografica e, al contempo, la necessità di ricostruire un ruolo nuovo della cultura nella costruzione della persona, della cittadinanza, della comunità.

Crediamo sia proprio questa la sfida che ci attende per il domani. Le scelte dell’establishment, che non ci interessa valutare nei termini di sanguinose classifiche su cosa dovrebbe restare aperto e cosa chiuso, hanno definitivamente chiarito il ruolo attribuito alla cultura da chi ci governa: un accessorio sacrificabile, a scapito invece della salvaguardia della produzione industriale e di capitale, secondo una prospettiva in perfetta continuità con le scelte politiche che hanno devastato il paese negli ultimi decenni.

D’altronde, a partire dalla seconda chiusura del 26 Ottobre 2020, stiamo constatando il calare di una pericolosa cappa di silenzio su tutta questa vicenda, un colpevole oblio avvolgere l’intero settore come una nebbia di cui non si vede la fine. Abbiamo dato per scontato che cinema, teatri e luoghi della cultura debbano rimanere chiusi? Non siamo in grado di immaginare alcuna possibilità altra nel “quotidiano” per convivere con il virus?

Questa deriva, estremamente pericolosa, presupporrebbe la consapevolezza della necessità di una risposta adeguata, sia del “settore” che della “cittadinanza”. Una ricomposizione che auspichiamo e su cui, come factory, proviamo ad investire quotidianamente, ma che al momento ci sembra sinceramente molto lontana.

L’azione di desertificazione culturale, già in corso da anni, ha probabilmente trovato nella pandemia l’alleato migliore per accelerare il proprio passo. Cosa ci attende alla fine della pandemia? Chi sopravviverà? Quale sarà il nostro ruolo e che risposte metteremo in campo?

«Ciò che fa bello il deserto», disse il piccolo principe, «è che da qualche parte nasconde un pozzo…»