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Sopra e sotto il confine

Le persone non sono una merce. O forse sì?

“Questo accordo gioca sulla vita delle persone.
Si tratta di uno scambio. Le persone non sono una merce.”

Tratto da “Binxet – Sotto il confine” di Luigi D’Alife.
Intervista a Ibrahim Kurdo, Ministro degli affari esteri – Cantone di Kobane.

 

Quando il 20 Gennaio 2018 Erdogan ha annunciato l’inizio della c.d. Operazione “Ramoscello d’ulivo” contro la regione di Afrin nella Siria del Nord, le intenzioni erano più che chiare. Trincerandosi dietro un fantomatico bisogno di “mettere in sicurezza i propri confini” l’invasione turca di Afrin aveva sin dal primo momento, per stessa dichiarazione di Erdogan e di sua moglie Emine, la volontà di estirpare i curdi dalla regione e reinsediare 500.000 profughi siriani presenti sul territorio turco.
“Non siamo nella posizione di continuare a ospitare 3,5 milioni di rifugiati per sempre, risolveremo la situazione di Afrin…e vorremmo che i nostri fratelli e sorelle rifugiati tornassero nel loro paese” ha dichiarato Erdogan pochi giorni prima del lancio dell’operazione militare, preparando ulteriormente il terreno durante una manifestazione pubblica quando rilanciò affermando che Afrin era in origine in maggioranza araba e che l’enclave sarebbe stata restituita ai suoi “legittimi proprietari”.

Sin dalle prime fasi della guerra civile in Siria, Erdogan ha perseguito la politica delle c.d. “porte aperte” per i profughi in fuga dal conflitto. In maniera assolutamente strumentale, Erdogan è di fatto riuscito ad assumere un ruolo determinante: la creazione di un problema di immigrazione è stato utilizzato come strumento di controllo politico sulla Siria, la carta dei profughi si è rivelata determinante nei rapporti con l’Unione Europea ed è stata giocata anche per “pacificare” l’opposizione interna.

L’ACCORDO E IL RICATTO

Il 18 Marzo 2016 ha segnato l’ufficializzazione dell’accordo in materia di “gestione dei flussi migratori” tra Unione Europea e Turchia. La creazione di un immensa zona di permanenza temporanea a ridosso dei suoi confini esterni, si inserisce nei progetti di esternalizzazione del diritto di asilo e di blindature delle sue frontiere. Una politica che tanto gli stati membri quanto l’Unione Europea, portano avanti da ben prima dell’autunno del 2015, quando durante il G20 ad Antalya di fatto si erano già poste le basi per l’accordo poi siglato alcuni mesi dopo.
La Turchia da un lato si impegnava ad ostacolare il viaggio dei profughi che volevano raggiungere l’Europa, dall’altro diventata il luogo prediletto in cui respingere e deportare chi, pur entrato nello spazio Shengen, non otteneva il diritto alla protezione internazionale.

La dichiarazione della Turchia come “paese terzo sicuro” (ovvero un luogo dove i profughi possono essere accolti e i loro diritti rispettati) ha segnato una sorta di piccola rivoluzione per le politiche europee sull’immigrazione, sdoganando ed aprendo di fatto la strada ai nuovi accordi stretti da lì a poco con paesi quali la Libia ed il Niger, solo per citarne alcuni.
Il tutto chiaramente dietro lauto compenso: 6 miliardi di euro da pagare in due tranche a titolo di “aiuto finanziario ai profughi siriani in Turchia”, soldi versati in parte direttamente dagli stati membri ed in parte derivanti dal bilancio generale dell’UE. Una definizione quella del “sostegno ai profughi siriani”, che è sempre rimasta fumosa e poco chiara. Questi soldi sarebbero stati utilizzati per “progetti scolastici e sanitari” e per la distribuzione di carte prepagate dal valore di 30 euro al mese a circa 1 milione di persone.
In realtà era chiaro fin da subito che l’Unione Europea da un lato avrebbe avuto poco controllo su come Ankara avrebbe speso i soldi, dall’altro come gli stessi finanziamenti sarebbero finiti per ingrassare il già ricco business del controllo delle frontiere.

Una recente inchiesta condotta dal collettivo di giornalisti European Investigative Collaborations (EIC) ha fornito le prove del traffico vergognoso di denaro che l’Europa ha versato nelle casse di Erdogan per finanziare la blindatura dei confini a sud con la Siria ed a nord con Grecia e Bulgaria.
Le autorità di Bruxelles hanno finanziato per il 75% l’acquisto da parte della Turchia di 82 veicoli blindati del tipo Cobra II, prodotti dalla Otokar, una delle maggiori industrie turche, per un costo totale di 47,5 milioni di euro. I Cobra II vengono utilizzati per il pattugliamento della frontiera turco-siriana, sono attrezzati con rilevatori che permettono di individuare a una distanza fino a 10 chilometri le persone che cercano di attraversare il confine e con potenti mitragliatrici. Stessa cosa anche per i mezzi che i turchi impiegano per il controllo del confine con la Grecia, i blindati Hizir, prodotti da un’azienda di proprietà di un deputato dello stesso partito di Erdogan.

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La stessa EIC ha pubblicato solo pochi giorni fa alcuni documenti segreti in cui si rivelano “pesanti disaccordi” tra gli stati membri UE sul pagamento della seconda tranche da 3 miliardi di euro, poi comunque ufficializzata lo scorso 26 Marzo nel vertice euro-turco svoltosi a Varna in Bulgaria.
Se già nel Dicembre 2016 tutti i 28 stati membri avevano versato la loro quota di contributi (un totale di quasi 2 miliardi di euro al quale l’Italia ha contribuito con 225 milioni di euro, quarto paese dietro Germania, Regno Unito e Francia) pare che sulla seconda tranche ci sia molta meno chiarezza.
Questo perchè diversi stati membri si sarebbero opposti al secondo pagamento, tanto che il presidente della Commissione europea Junker e del Consiglio Ue Tusk abbiano comunque garantito alla Turchia il finanziamento attraverso il bilancio generale UE, senza specificare le voci da cui verranno attinti i soldi.
In altri termini possiamo dire che, nonostante le “preoccupazioni” di alcuni stati membri sulle politiche della Turchia, l’Europa continua ad offrire la spalla ad Erdogan sottostando al ricatto dell’immigrazione, del tipo “Siamo in grado di aprire i confini con Grecia e Bulgaria in qualsiasi momento e mettere i profughi sugli autobus verso l’Europa” (dichiarazione di Erdogan al vertice del G20 nel 2015).

Questa condizione di ricattabilità in cui si è messa l’Europa non è stata casuale, bensì figlia delle politiche razziste e xenefobe che tanto gli stati membri, quanto l’UE come istituzione, hanno portato avanti negli ultimi anni. A questo possiamo aggiungere che i singoli stati europei continuano a intrattenere enormi rapporti economici con la Turchia di Erdogan, affari da mantenere e continuare a coltivare. Il quadro è così completo ed il silenzio con cui l’Europa continua ad accettare le politiche fasciste e genocide di Erdogan è presto spiegato.

SOSTITUZIONE ETNICA E GENTRIFICATION DI GUERRA: L’USO DEI PROFUGHI

Prendere “due piccioni con una fava” pare proprio essere stato il leitmotiv che ha tenuto insieme le politiche guerraiole e genocide attuate da Erdogan dal 2015 in poi.
Il progetto di sostituzione etnica iniziato con l’attacco ad Afrin sta già muovendo i primi passi. Subito dopo l’occupazione della città avvenuta il 18 Marzo, le abitazioni dei civili costretti ad abbandonare la propria terra sono state immediatamente occupate. Da chi?
In un primo momento delle bande jhiadiste con cui l’esercito turco sta combattendo fianco a fianco (ISIS, Al-Nusra ed Al-Qaeda) e successivamente dalle loro famiglie che sono state trasferite in fretta e furia sia dalla zona di Idlib (definita una sorta di santuario jhiadista sotto la protezione della Turchia) ma anche dagli stessi campi profughi a ridosso del confine, in particolare nelle provincie di Hatay e Gaziantep.
Non è infatti un segreto che molti dei miliziani jhiadisti che hanno invaso Afrin siano stati reclutati direttamente all’interno dei campi profughi governativi dietro un compenso che variava dai 100 ai 300 dollari e la promessa talvolta di ottenere la cittadinanza turca, talvolta di ritornare in Siria in condizioni privilegiate.
Questa progettualità è stata ufficializzata il 27 Marzo scorso quando, con una cerimonia in grande stile (bandiere turche ovunque, orsacchiotti ai bambini e gigantografie di Erdogan), circa 35 profughi siriani sono partiti da Istanbul con destinazione Afrin.
Chi tra gli sfollati ha deciso di tornare nelle proprie case le ha trovate letteralmente occupate, diversamente sono stati obbligati da soldati e jhiadisti a girare i tacchi e tornare nelle campagne a nord di Aleppo dove si sta consumando una tragedia umanitaria che vede quasi 200.000 persone costrette a vivere in condizioni indegne.

L’utilizzo dei profughi siriani per favorire i progetti di pulizia etnica contro la popolazione curda ha però radici più lontane. Ben prima dell’operazione contro Afrin, le stesse identiche modalità sono state “testate” e praticate nel Kurdistan Bakur (sud-est turco) attraverso l’utilizzo del coprifuoco, che dall’Agosto 2015, continua a colpire centinaia di villaggi e città.
Da Cizre a Sirnak, da Nusaybin a Diyarbakir, la Turchia ha raso al suolo e ridotto in macerie città e villaggi con la volontà di annientare il processo di partecipazione ed autonomia democratica alla base del confederalismo democratico teorizzato da Ocalan, attuato in Rojava e che da diversi anni era realtà anche in diverse città del Bakur.
Oltre 1000 civili sono stati barbaramente uccisi nel silenzio di media e comunità internazionale, qualcosa che ricorda molto da vicino le stesse dinamiche che abbiamo visto riproporsi negli ultimi mesi con l’attacco su Afrin. L’operazione di pulizia etnica attuata attraverso le dichiarazioni di coprifuoco, è stata addirittura più devastante rispetto a quanto successo ad Afrin, in termini numerici ma non solo. Negli ultimi 2 anni e mezzo più di un milione di persone è stato costretto a lasciare le città in rovina, il tessuto politico, sociale e culturale è stato disintegrato sotto i colpi delle bombe, dei massacri e della repressione.

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Il fronte interno aperto da Erdogan ha prodotto flussi migratori importanti. Nel contempo che si concretizzava l’accordo con l’Europa, Erdogan “produceva” nuovi profughi a causa della guerra interna contro i curdi, mantenendo inoltre blindato il confine con il Rojava (di fatto sotto embargo da parte della Turchia) per impedire la ripresa della vita, la ricostruzione delle zone liberate da Daesh e, conseguentemente, il ritorno dei profughi. Un piano diabolico che Erdogan è riuscito a mettere in atto grazie alla complicità dei paesi europei, decisamente più interessati a bloccare l’ingresso di profughi in Europa piuttosto che a preoccuparsi dei massacri e dei diritti umani calpestati.
Inoltre, quasi tutte le città sottoposte a coprifuoco erano lungo il confine turco-siriano o iracheno. In molte di esse avevano trovato rifugio cittadini siriani in fuga da ISIS. Queste persone all’arrivo in Turchia si sono trovate nuovamente in una condizione di guerra, trovandosi a vivere ancora le macabre esperienza giù vissute in Siria. Le stesso milizie jhiadiste che hanno occupato e saccheggiato Afrin, avevano giù partecipato alle operazioni di coprifuoco insieme alle forze speciali turche. Diverse testimonianze dirette hanno dimostrato la presenza di uomini di ISIS, con una forte presenza di Ceceni, che come accaduto a Cizre attaccavano i quartieri al grido di “Allahu Akbar”.

Una volta che le città sono state svuotate e rase al suolo, si è potuti passare alla seconda parte del piano: intervenire con opere di ingegneria sociale direttamente sul tessuto urbanistico della regione, un piano di “ristrutturazione sociale” e di spopolamento, che passa anche attraverso la riedificazione dei centri abitati. Si è iniziata la costruzione di nuove aree residenziali di massa nelle periferie della città, offrendo mutui a tassi ridotti ai residenti sfollati, oltre che fornire nuove opportunità di impiego, per così creare una nuova relazione basata sulla dipendenza economica tra cittadini curdi impoveriti e lo stato turco. Una duplice strategia dunque: da un lato una politica del massacro contro la legittima richiesta di autonomia, dall’altro un genocidio culturale con l’obiettivo di distruggere intere città, cancellare le tracce e le radici di un popolo, cambiare la demografia di intere zone mettendo in moto processi di speculazione economica e di assimilazione.

Insieme a queste dinamiche, è poi importante non tralasciare la partita di collocazione dei rifugiati siriani. Non è assolutamente fuorviante porre oltre alla questione della gentrificazione anche quella della frammentazione demografica. Fin dalla costruzione dei nuovi campi profughi passando poi alla riedificazione delle città distrutte dal coprifuoco, i profughi siriani sono stati utilizzati e “spostati” sul territorio nella ridefinizione e ricostruzione di intere zone, come accaduto a Sur (Diyarbakir) ma non solo. Un progetto che ricorda non poco quello della cintura araba di fine anni ’60 attuato da Hafez al Assad nella Siria del Nord.

Una sorta di ‘colonizzazione conto terzi’ che mira a rompere le basi tra la resistenza curda e il territorio, un progetto criminale nel suo volto di guerra nei mesi di assedio e coprifucoco, profondamente neo-liberista nella sua pianificazione economica, indiscutibilmente fascista nei suo piani strategici, politici e sociali.
E’ l’Europa ad aver posto le condizioni per la legittimazione politica di Erdogan trasformandolo prima nel suo cane da guardia e poi concedendo spazi di impunità enormi tanto sulle questioni interne quanto sulla politica estera.
Le conseguenze oggi sono sotto gli occhi di tutti.

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