Siamo precarie e precari

Siamo precarie e precari. Lo siamo da anni, e ancora di più oggi. Ma dobbiamo ripartire da qui.

Lavoro e cultura. Non sappiamo se queste parole si conciliano davvero. Forse non ce lo siamo mai nemmeno chiesti. Abbiamo semplicemente cercato in questi anni di rendere possibile un percorso di emancipazione artistica, politica e di autoproduzione culturale. Abbiamo semplicemente cercato di liberarci il più possibile dalla gabbia salariale, per poter scrivere libri, girare film, comporre musiche, realizzare opere teatrali e tanto altro ancora. Ed anzi, non solo per poterli realizzare, ma anche per poterli diffondere e distribuire dal basso, senza il ricatto dell’industria culturale, che spesso saccheggia i diritti sull’opera che hai realizzato, ricattandoti con la mancanza di reddito o con la necessità di chiudere i debiti che hai accumulato per realizzare l’opera stessa.

Ma una cosa la sappiamo: sappiamo di essere tante cose diverse, insieme e contemporaneamente. Siamo i creativi, che sono spesso alle dipendenze di un padrone, ma senza nemmeno un contratto precario, grazie all’uso distorto delle partite iva. Senza ferie, senza garanzie, ma pur sempre dipendenti di un datore di lavoro. Facciamo foto, video, grafiche, siti web, ma la sostanza non cambia. Il problema rimane lo stesso: la nostra creatività è saccheggiata dalle logiche del mercato.

Siamo scrittrici e scrittori, che oggi si trovano a dover pagare per poter scrivere un libro, invece che essere pagati, a causa di una filiera editoriale che stritola qualsiasi progetto indipendente ed emergente.

Siamo attrici e attori, musiciste e musicisti, pagati una miseria. Perché “ciò che fai non si inserisce nella lista di lavori ritenuti economicamente utili, perché ciò che fai non è utile a generare un profitto”. Ma tanto, d’altro canto, anche se fai un lavoro “utile” al mercato, verrai comunque pagato ugualmente una miseria.

Siamo registe e registi, di cinema, di teatro, siamo quelli a cui uno spazio non viene mai dato, salvo quando riesci a prendertelo con le unghie e con le lotte. Siamo quelli a cui il tax credit di Franceschini non serve a nulla. Perché non siamo i Carlo Verdone o i Muccino di turno. Perché non facciamo accordi con le industrie cinematografiche. Perché non abbiamo milioni di euro da spendere nella produzione di film o in avvocati.

Siamo tutto questo e siamo tanto altro ancora. In un momento dove anche gli spazi culturali, siano essi cinema, teatri, librerie o centri sociali, sono tutti chiusi, messi economicamente in ginocchio, e dove non si sa se apriranno mai un domani, quando tutto questo sarà finito. La desertificazione passerà prima di tutto per la scomparsa degli spazi di incontro, di confronto, di contaminazione. Una privazione certamente non automatica, ma che, se non siamo in grado di proteggere quei contesti di vita che la cultura anima, allungherà la lista delle cose che scompariranno dalla nostra quotidianità. In un paese dove non ci sono solo le grandi città, ma anche i tessuti territoriali periferici, fatti di piccoli cinema o teatri di provincia, di piccole librerie e spazi sociali nei piccoli centri urbani, questa desertificazione rischia di trascinarsi per anni. A danno delle comunità stesse.

Siamo questo, siamo tanto altro e vogliamo continuare ad esserlo. Ripartiamo da qui. Ogni giorno. Non solo il 1° Maggio.

Pretendevamo spazio e diritti prima di tutto questo, li pretendiamo ancora di più oggi, per costruire tutte e tutti insieme un mondo migliore per il nostro domani.