Pedalare insieme nella direzione giusta

Consegne ed etica. Due concetti che, tempo fa, difficilmente avremmo trovato motivo di inserire nella stessa frase. Perché farlo? Fattorini sgarbati? Oggetti recapitati danneggiati? Lanciatori di giornali con poca mira, che sbagliano giardino?

Basta così, perdonate l’ironia: non serve a sdrammatizzare l’ennesimo tilt causato dalla società del tutto&subito (e al minor costo possibile), tuttavia credo sia un modo per ricordarci che l’etica è soggetta a derive lente ed inesorabili, che vanno arginate con scossoni vigorosi. Servono esempi iperbolici o, meglio ancora, azioni concrete per risvegliare le coscienze. Proprio come quella raccontata da Le consegne etiche di Margherita Caprilli.


È un reportage che rende conto del progetto omonimo nato a Bologna, ovvero la prima piattaforma cooperativa per le consegne a domicilio che rispetta i diritti di fattorini e commercianti, con un occhio di riguardo all’ambiente. Un servizio che ha dato lavoro a 6 rider assunti con contratti regolari dalle due cooperative sociali che fanno parte della sperimentazione e che ha inoltre ridotto la produzione di CO2, utilizzando mezzi a pedali o elettrici.

Il tutto mentre i rider italiani ingaggiati dalle più note piattaforme web sfrecciano sulle strade per pochi spiccioli e ancor meno garanzie, consegnando cibo e beni che ci consentono di vivere una parvenza di normalità anche durante la pandemia. Alla fine di marzo si sono fatti sentire con scioperi e proteste in oltre 30 città, per chiedere un monte ore garantito, una paga fissa oraria, la malattia, le ferie e i diritti sindacali. In breve: l’abolizione della schiavitù del cottimo, in alcuni casi denunciando anche episodi di caporalato.

In questo contesto nazionale, il documentario rende conto del caso emblematico bolognese, dando voce agli operatori del settore, agli ideatori dell’innovativo sistema di distribuzione e ai titolari degli esercizi commerciali che hanno aderito all’iniziativa. Questi ultimi sono disposti a spendere un po’ di più per un servizio, in nome del rispetto del lavoro altrui. Per dirla in modo più esplicito: per evitare lo sfruttamento di una categoria di lavoratori. L’ennesimo caso (evviva!) di presa di coscienza che essere inseriti a pieno titolo in una società civile significa rispettare il prossimo, non prevaricare gli altrui diritti solo perché il gioco di scatole cinesi del delegare i servizi a terzi consente un rimbalzare infinito delle responsabilità.

Fenomeni come quello di Bologna – non a caso supportati da realtà commerciali virtuose e attente alla qualità dei prodotti che vendono – mostrano chiaramente come tutti, indistintamente, siamo chiamati ad allentare la morsa di quegli ingranaggi che già stringevano Charlie Chaplin in Tempi Moderni (1936) e che oggi sono ruote dentate sempre più fluide ed invisibili, che si mimetizzano con quelle delle biciclette.

Nei nostri “tempi postmoderni digitali” il problema non è solo il rapporto uomo-macchina, ma anche riuscire a focalizzare la vera forma della catena di montaggio, riordinarne i passaggi, prendere coscienza delle responsabilità. Perché oggi l’industria che fagocita l’uomo non è mossa solo dall’imprenditoria spregiudicata, ma trae energia da ogni nostro comportamento d’acquisto per proseguire nella direzione dello sfruttamento.


Ogni click per comprare è una manifestazione di consenso o dissenso. Avalla o contesta un modello di business. E, in attesa di contratti chiari e leggi specifiche, è la critical mass dei consumatori che può rallentare e rimodulare il traffico delle consegne, trasformando il momento del trasferimento della merce in un, pur breve, incontro tra esseri viventi, magari con uno scambio di sorrisi.

La situazione odierna è sotto gli occhi di tutti: corrieri morsi da fretta e ansia, al cappio del loro lettore di codici a barre con gps, che (complici le precauzioni anti-covid) appoggiano i pacchi e svaniscono ancor prima che l’acquirente abbia posato la cornetta del citofono.

Uno schema che si ripercuote su ogni aspetto della vita lavorativa e privata degli individui, che siamo chiamati a mettere in relazione con lo scenario dei corrieri, che Ken Loach ha raccontato in modo efficace in Sorry We Missed You (2019) e del quale possiamo scoprire i dettagli anche provando a fare due chiacchiere con chi ci porta i pacchi a casa: io così, ad esempio, ho realizzato che qualcuno ha solo 7 minuti di pausa per trovare un bagno pubblico ed usufruirne, quando necessario, previa segnalazione della sosta al datore di lavoro tramite il device di controllo che traccia i percorsi.

Siamo tutti anelli di questa catena (che sia di montaggio o della bici, può comunque imbrigliarci e renderci prigionieri) e dunque siamo invitati a riflettere sulla deriva in corso, almeno ogni volta che ci suonano il campanello, è il caso di dire. Meglio prima, tuttavia: al momento della scelta di beni da comprare, informandoci sulle modalità di consegna. Pedalando insieme, nella direzione della giustizia sociale.