Neoliberismo e disuguaglianza in Messico

Analisi e riflessioni sul film “Cielito Rebelde”, di Massimiliano Lanza, Antonio Gori, Claudio Carbone, Leonardo Balestri.

L’AVVENTO DEL NEOLIBERISMO

Dal 1982 in Messico vige il neoliberismo ovvero un orientamento politico che vede un mercato gestito dalle sole forze del mercato stesso, in cui l’intervento statale è ridotto al minimo. Quella che doveva essere la premessa di un mercato più aperto e libero si dimostra una mossa politica per rafforzare l’oligarchia finanziaria del paese, nonché un totale asservimento agli Stati Uniti d’America, a cui vengono consegnate le principali risorse. Questa situazione già precaria si aggrava con il governo di Enrique Peña Nieto, tuttora in carica, il quale provvede ad eliminare l’opposizione parlamentare facendo un patto ad hoc con le fazioni più estreme.

LA REAZIONE DEL POPOLO

A subire le conseguenze di tutte è queste macchinazioni politiche è ovviamente il popolo, lasciato sempre più povero e sempre più solo. Le ristrettezze economiche hanno infatti costretto al popolazione ha tenersi ben stretto il poco che aveva, distruggendo la coesione e lo spirito identitario che teneva unita la gente.
I tentativi di ribellione ci sono, ma sono soppressi usando la violenza: nel ‘94 i contadini occupano con le armi le principali città, strappando le terre ai grandi latifondisti, e ancora, nel 2006 il popolo si ribella ad Oaxaca, resistendo per 6 mesi agli attacchi dei paramilitari e della polizia federale. Al termine del conflitto saranno 70 i desaparecidos e 17 i morti, perlopiù giovani. Queste rivolte popolari avevano uno spirito non violento ed esprimevano la volontà di iniziare un discorso comune basato su una gestione collettiva del potere, l’unico modo secondo il popolo per andare contro un sistema basato sul capitalismo.

UN PASSATO NON LONTANO

Il corto inizia ripercorrendo il passato storico del Messico, partendo delle civiltà precolombiane dei Maya prima e degli Aztechi poi, i quali furono i primi a creare un vero e proprio impero nella regione. Nel XVI secolo questi popolazioni subirono l’invasione spagnola che ha portato ad una vera e propria “spagnolizzazione” in tutti gli aspetti della cultura e della vita sociale.
Il parallelismo tra quanto avvenuto secoli fa e quanto sta avvenendo ora è fin troppo evidente: il popolo messicano viene sottomesso oggi come gli Aztechi allora, e tutti gli aspetti della vita quotidiana subiscono un’evidente distorsione secondo l’ottica capitalistica.

UN MECCANISMO INCONSCIO

La parte più interessante (e anche agghiacciante) di questo discorso è che l’individuo non assimila i dettami del capitalismo per il fatto di esserci esposto, ma li ha ormai introiettati nascendo in una società in cui l’ideologia capitalista si è ormai imposta come “unica” e “naturale”. Per dirla con le parole dello psichiatra e filosofo francese Jacques Lacan, se è vero che l’inconscio è costruito come il linguaggio e il linguaggio struttura il nostro inconscio, allora se si nasce immersi nel linguaggio capitalista, ed esso struttura il nostro inconscio, non si può che considerarlo l’unico linguaggio, quindi, l’unica alternativa possibile. Per uscire da questo circolo vizioso in cui il linguaggio del capitalismo permea gli individui occorre innanzitutto rendersi conto di tutte le possibili alternative e iniziare a perseguirle, come del resto hanno già fatto i rivoltosi messicani.
Quello che il popolo cerca di fare in Messico è costruire un regime il più democratico possibile, in cui la compattezza e il sostegno reciproco vengono prima di tutto, un mondo ad oggi utopico in cui denaro e profitto passano in secondo piano.

Chi ha letto questo articolo ha letto anche