In «Kufid» Elia Mouatamid usa la pandemia come specchio.

Ci sono film sulla pandemia, titoli sulla quarantena. E poi c’è un’opera nata durante i drammi che hanno sconvolto il 2020, con l’idea di andare oltre il documentare il presente.

È «Kufid» di Elia Mouatamid, lanciato dall’ultima edizione del Torino Film Festival, che proprio grazie alla sospensione della normalità riesce a trasformare il vortice di difficoltà inedite che ci ha investito in un’occasione di riflessione di respiro universale.

Dopo il brillante esordio con «Talien» (disponibile nel nostro catalogo, che rende conto del viaggio del regista per accompagnare suo padre fino al Paese d’origine, il Marocco, dove desidera tornare per trascorrere la vecchiaia, dopo aver vissuto l’età adulta in Italia) Elia con il suo secondo lungometraggio si è lanciato in un «corpo a corpo» con il concetto stesso di virus.

Già il titolo del nuovo documentario è evocativo: un termine che suona simile a Covid e strizza l’occhio alla musicalità della lingua araba, che il cineasta ed interprete del lungometraggio padroneggia. Cosa significa? È un concetto ideato da Mouatamid, una sorta di interlocutore che offre un punto di vista inedito, una lente d’ingrandimento speciale.

«Kufid – spiega il cineasta – pur essendo un’entità vista come un male assoluto, uno spauracchio, paradossalmente si rivela un prezioso partner, una specie di amico immaginario che mi aiuta a mettere a fuoco concetti e pensieri sui quali mi interrogavo spesso, fino a riuscire finalmente a riordinarli in modo molto preciso, chiaro e spietato. Ad esempio volevo usare la “retorica dello slogan” per criticare l’idea stessa di retorica: attraverso la prospettiva fornita da Kufid ci sono riuscito, utilizzando me stesso come cavia da smontare e mettere davanti ad uno specchio. Senza far prediche o emettere giudizi morali, solo ponendomi domande. Il virus mi ha costretto ad interrompere le riprese di un progetto dedicato all’urbanistica iniziato in Marocco. Kufid, insomma, è da interpretare come qualcosa che mi obbliga a confrontarmi con i miei obiettivi, a capire come posso trasformarli, cominciando ad allineare i miei tanti appunti. E, così, rimettendo in ordine logico questioni sulle quali mi interrogo da almeno 7 anni è nato il film».

Proprio attraverso un processo di autoanalisi, infatti, Mouatamid nel film racconta le proprie convinzioni e contraddizioni. Parla di identità: «La mia personale e quella di chi mi ha formato, plasmando i miei primi 37 anni di vita tra Padania e Maghreb. Una doppia identità, che ho voluto raccontare usando due lingue precise e distinte: l’arabo, che è quella del mio istinto e l’italiano, la lingua del mio agire. Io sono il territorio che mi ha cresciuto».

Elia intraprende un lavoro da antropologo a partire da un’intuizione iniziale, innescata dal movimento popolare di fratellanza che sentiva crescere attorno a sé la scorsa primavera. «Quel sentimento nobile e meraviglioso – puntualizza – non poteva risultare autentico in un lasso di tempo così stretto. Sentivo che c’era una storpiatura d’identità a livello sociale, l’ennesima. Ho letto questo fenomeno come una delle più grandi dimostrazioni della fragilità umana e non come un punto di forza scandito dal famoso slogan “torneremo più forti di prima”. Proprio da quello è emerso un secondo stimolo: eravamo quindi forti solo fino all’altro ieri? Cosa intendiamo esattamente con il termine “forti”? Ed è così che osservando l’oceano della retorica popolare ho cominciato ad abbozzare una scaletta, un canovaccio drammaturgico. Allineava concetti che avevo in testa anche prima della pandemia, Kufid mi ha solo suggerito un altro telaio narrativo per raccontare le medesime dinamiche. Chi sono? Da dove vengo? Che cosa pretendo di essere? Ecco tutte le domande alla base del film. «Mi piace presentarlo come un’opera sulle identità intese nel senso più ampio: personali, culturali, spirituali, collettive, del territorio. Sono un bresciano incastonato nel corpo di un arabo: ho imparato che non esiste una cultura perfetta, ma diverse culture che si completano».

Se dunque per il regista l’italiano è la lingua dell’agire e l’arabo l’idioma dell’istinto… il cinema diventa un “esperanto”.

È il linguaggio delle immagini, infatti, a risultare la via maestra per innescare una riflessione condivisa sul nostro tempo. E non soltanto sulla contingenza di questo presente sospeso a causa del Covid, ma anche e soprattutto sull’era che stiamo vivendo, in bilico tra quel benessere sognato e respirato negli anni Ottanta, quando Mouatamid era bambino nel Nord Italia, dove fiorivano capannoni e sbocciavano tv commerciali, e l’individualismo d’oggi, tipico di un periodo travagliato dagli effetti del capitalismo più sfrenato e della gentrificazione.

«Kufid» – prodotto da Cinqueesei e distribuito da Cineclub Internazionale Distribuzione – è un doppio monologo per un’unica voce, che si ricompone in un corpo d’attore e d’autore capace di incarnare una delle responsabilità più delicate del cinema: farsi specchio dei tempi, senza risultare deformante o, peggio, retrovisore.

Il Covid è stato il tilt che ha creato in Elia le condizioni per un’analisi ad ampio raggio sul proprio vissuto: dall’infanzia alle giornate a casa durante il lockdown, fino all’apprensione per il proprio fratello ammalato e al rientro di loro padre dal Marocco con un volo organizzato dalla Farnesina. Tutti elementi di un bilancio che da personale si fa collettivo, in un film che riesce a trasformare la pandemia in una vera e propria prospettiva per leggere la contemporaneità.

Tante tessere di un presente precario vengono messe in relazione con le promesse del tempo che fu: è il mosaico di Elia, cineasta in grado di guardare simultaneamente passato e futuro, come il Giano Bifronte raffigurato nei bassorilievi delle cattedrali sulle vie di pellegrinaggio medievali, rappresentanti gennaio in forma antropomorfa, con lo sguardo rivolto sia all’anno passato che a quello nascente, sintesi massima di un momento di passaggio.

Del resto per battere un mostro invisibile bisogna innanzitutto visualizzarlo, dargli forma. È questo uno dei compiti fondamentali dell’arte ai tempi della pandemia.

Cinema fatto per restare, come testimonianza e monito. Come una cicatrice già visibile, mentre aspettiamo che la tempesta passi del tutto.