Il lavoro nei campi ai tempi del lockdown

L’epidemia di COVID-19 sta colpendo anche uno dei settori più redditizi e necessari della nostra economia, l’agricoltura, un settore che abbiamo avuto modo di osservare da vicino durante la realizzazione del film The Harvest. In quell’occasione, abbiamo rilevato la dipendenza dell’intero apparato di produzione dallo sfruttamento di manodopera straniera, concentrando il nostro sguardo sul territorio dell’Agro Pontino, su cui peraltro oggi pesa il drammatico onere di scegliere fra il lavoro e la sicurezza, dal momento che Fondi (Comune in cui si trova uno dei mercati ortofrutticoli più importanti d’Italia) è stato pesantemente colpito dal contagio ed è stato dichiarato ‘zona rossa’ dall’ordinanza della Regione Lazio del 19 marzo.

Il fabbisogno cronico di braccia per la stagione del raccolto caratterizza l’intero sistema produttivo italiano, esigenza che in condizioni “normali” sarebbe soddisfatta tramite il reclutamento di lavoratori stagionali. E ora? Succede che le aziende che in questo momento avrebbero dovuto raccogliere le primizie di stagione devono rinunciare al raccolto, causa l’assenza di manodopera.

La nuova epidemia blocca i flussi delle persone, chiude le frontiere, impedisce i movimenti. Infatti, normalmente, in questo momento dell’anno l’Italia assiste a fenomeni migratori dall’Europa, soprattutto dell’Est, dalla quale provengono i braccianti stagionali, che sono invece costretti a rimanere a casa.

Secondo le stime della Coldiretti, quest’anno mancheranno all’appello 370mila lavoratori che arrivano ogni anno, principalmente da Romania, Bulgaria e Polonia. Le conseguenze dirette si palesano molto prima che in ogni altro settore: il raccolto rimane sui campi, i banchi dei mercati rimangono vuoti e le aziende, che adesso avrebbero visto fruttare mesi di lavoro preparatorio per la stagione, collassano.

La situazione, che già si prospetta grave, potrebbe ulteriormente peggiorare a causa delle ripercussioni per il possibile stop di altri anelli della catena produttiva; alle industrie della trasformazione verranno infatti a mancare le manodopere dedicate al confezionamento .

Il settore della produzione agricola, inoltre, sta già subendo danni rilevanti a causa della mancanza di domanda da parte della ristorazione e del calo della richiesta di prodotto fresco (il consumatore che si approvvigiona per fronteggiare la quarantena sta infatti preferendo prodotti secchi o preconfezionati), senza contare la totale chiusura di alcuni settori, come quello florivivaistico.

Il Decreto ”Cura Italia” prevede 100 milioni di euro a sostegno delle imprese agricole o ittiche per la sospensione delle attività, uniti all’anticipo dei contributi della Politica agricola comune (Pac). La crescente emergenza del settore potrebbe però richiedere un intervento su lungo periodo molto più cospicuo, che coinvolga una fetta molto più ampia del settore, abbracciando anche tutto quello che a cascata interesserà l’intero indotto. Uno su tutti è il dato incontrovertibile messo in evidenza dall’emergenza: il made in Italy dell’agroalimentare si sostiene grazie alla manodopera straniera che, in questi mesi, o non può varcare le fontiere per dare al settore il fondamentale apporto che in ogni stagione ha fatto puntualmente funzionare tutta la macchina oppure, trovandosi già in Italia, non è minimamente tutelata dai Decreti varati, poichè non in regola.

Di nuovo, anche su questo tema, le ingiustizie del libero mercato vengono oggi messe a nudo dalla situazione di emergenza che stiamo vivendo tutte e tutti.

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