I primi 90 anni del maestro Giuliano Montaldo.

Il 22 febbraio 2020 il grande Giuliano Montaldo compiva 90 anni.
Attore, sceneggiatore, critico e regista cavalcò la scena del cinema italiano dai primi anni 50, quando appena trentenne lasciò la bella Genova, con lo spirito del militante, l’ilarità pungente dell’attore e la voce del cantante, per arrivare a Roma con una valigia piena di sogni tutti sul cinema. Un talento senza tempo, attore in pellicole indimenticabili quali “Achtung banditi” con cui esordì nel 1951, di Carlo Lizzani di cui poi divenne amico di tutta una vita e per cui recitò in “Cronache di poveri amanti”.

Fu doppiatore nel documentario “Cani dietro le sbarre” e cantante in russo nel film “Kapo” entrambe di Gillo Pontecorvo.  Nel 1961, spinto da Citto Maselli e Luciano Emmer, esordì come regista nel film “L’assassino”  e nello stesso anno uscì con “Tiro al piccione” un film su un soldato negli ultimi giorni del fascismo, dichiarando già da qui le sue idee socialiste e antifasciste.
Negli anni settanta diresse i suoi due film più noti, “Giordano Bruno” e “Sacco e Vanzetti” che grazie anche all’interpretazione di Gian Marie Volontè diventarono da subito due grandi successi internazionali.

Con questi due film volle gridare l’importanza della libertà di parola e di pensiero anche a scapito della stessa vita, trascinando le storie di tre uomini che scelsero di morire pur di non ritrattare il loro sentire: Giordano Bruno, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Indimenticabile la scena delle dichiarazioni di Bartolomeo Vanzetti ai giudici, come la lettera di Nicola Sacco al figlio e le parole di Giordano Bruno: “Per quel che mi riguarda ho fatto il possibile, che nessuna delle generazioni venture mi negherà; quel che un vincitore poteva metterci di suo: non aver temuto la morte, non aver ceduto con fermo viso a nessun simile, aver preferito una morte animosa a un’imbelle vita.  […] Che mortificazione chiedere a chi ha il potere di riformare il potere, che ingenuità”.
Ci vollero tre anni, raccontò Montaldo in una recente intervista, per convincere i produttori e la struttura economica del cinema ad impegnarsi nel raccontare la storia di Giordano Bruno, uomo così libero che riuscì a guardare più in alto di tutti nella sua epoca e che accettò la condanna a morte per rogo a Campo dei fiori a Roma per le sue idee rivoluzionarie, antitrinitarie e antiaristoteliche.
Il film da lui più amato, seppur non fra i più famosi, rimane ancora oggi “L’Agnese va a morire“, tratto dall’omonimo romanzo neorealista scritto nel 1949 da Renata Viganò, in cui aprì il capitolo sulle staffette partigiane in Romagna e che fu girato interamente nelle Valli di Comacchio. Il film non sarebbe mai stato realizzato, rivelò Montaldo, se non ci avessero creduto e l’avessero voluto le persone, le donne di Romagna, le partigiane e i partigiani che quella storia la vissero davvero e che sostennero con enorme ospitalità e disponibilità la realizzazione di tutti i lavori.

Un regista strabiliante di film ad alto impegno sociale che hanno fatto discutere diverse generazioni di spettatori.
Con “Marco Polo” dirigerà uno dei più famosi capolavori della televisione italiana di quegli anni, che riscosse un successo incredibile, venne prodotto in 3 continenti e fece aprire le porte dell’allora chiusissima Cina comunista alla troupe italiana.
Nel 1987 ricevette numerosi riconoscimenti per “Gli occhiali d’oro“, storia di una famiglia ebrea e un medico omosessuale che soffrirono la persecuzione e la discriminazione nell’Italia del fascismo e diresse “Il giorno prima” per raccontare gli effetti sugli esseri umani della vita in un rifugio antiatomico.
Il 1989 fu l’anno di “Tempo di uccidere” sull’esercito italiano in Etiopia negli anni 30 e nel 2008 realizzò “I demoni di San Pietroburgo” un film romanzato che attraverso la vita di Dostoevskjj raccontò la Russia zarista di metà dell’800 animata da pensieri sovversivi e rivoluzionari, di società segrete che si ispirano ai pensieri di Bakunin e del giovane Dostoevskjj stesso (pensiero che rinnegherà in età avanzata) e della preparazione di un grande attentato.
L’industriale” fu il suo ultimo film come regista, dedicato alla storia di Nicola, un quarantenne industriale sull’orlo del collasso economico, pressato dai suoi operai e in crisi matrimoniale.
Il suo ultimo lavoro lo vide attore nel film di Francesco Bruni “Tutto quello che vuoi” nella parte di un anziano affetto da una terribile malattia quale l’alzheimer. Il film gli conferì l’anno seguente il David di Donatello come miglior attore non protagonista.
Giuliano Montaldo, 90 anni di cui 70 dedicati al cinema d’autore come mezzo per esprimere il suo pensiero e portare ragionamenti di critica agli spettatori.
Controcorrente, coraggioso, impegnato, determinato e geniale in ogni sua esposizione.

Grazie Maestro per questi anni di emozioni ed ispirazione.