DigaVox: tre anni dopo

Pubblichiamo questo articolo scritto da Ludovica Schiaroli, autrice del documentario DigaVox insieme a Ugo Roffi, Simona Tarzia, Fabio Palli. Regia di Ugo Roffi.

Nel 2018 esce DigaVox, il documentario che apre il dibattito sull’emergenza abitativa a Genova, seguono presentazioni, iniziative e il coinvolgimento della politica cittadina. Nel 2019 comune e regione annunciano un piano per riqualificare il quartiere. A fine mese la demolizione della Diga entrerà nel vivo, ma i problemi non sono ancora risolti.

Prologo. Da qualche giorno davanti alla Diga è comparsa una mega cesoia – «è la stessa che si è “mangiata” le Vele di Scampia» – dicono al Quartiere Diamante.

A breve entrerà in azione e niente sarà più come prima.

Da Genova. Quando abbiamo iniziato a girare non c’era un copione ma un’idea: dare voce a chi era stato dimenticato, abbandonato in una delle tante periferie delle nostre città diventate luoghi di violenza e marginalità. E la Diga e il Quartiere Diamante sono l’emblema di questa “società dello scarto”: un gigantesco complesso di edilizia popolare tirato su in tutta fretta ed economia dalle amministrazioni comunali tra gli anni ’70 e ’80 quando Genova era ancora in pieno boom demografico. 

523 alloggi divisi tra la Diga rossa e la Diga bianca estesi su una superficie di 182.000 metri cubi, alta nel punto più elevato, ottanta metri, un ecomostro ripudiato dallo stesso architetto che l’aveva progettata, Piero Gambacciani, perché “non conforme al progetto originale”, che in pochi anni diventa “una discarica sociale”.

Lo testimonia Gavino Lai che nel documentario ripercorre la parabola della “casa Diga” dal 1984, quando gli viene assegnato l’alloggio nella Diga rossa e tutto intorno è ancora un cantiere, all’arrivo degli altri inquilini, le prime difficoltà e la nascita di un comitato di quartiere. Poi il periodo buio, quando alla Diga vengono portati i soggetti più problematici della città, diventando il luogo della violenza e del disagio. Mentre non c’è una risposta adeguata da parte dell’amministrazionie cittadina. Gavino se ne va e con lui molti altri.

DigaVox apre il dibattito

Shakif, Alessandro, Anna, Mario, Jolanda sono i protagonisti di una storia che vuole andare oltre i titoli che normalmente riservano loro i giornali, le loro voci occupano tutta la “scena”, chiedono spazio e attenzione, parlano di violenza, abusivismo, paura.

Le loro testimonianze così dolorose, potenti e vere dovevano essere ascoltate.

Era il maggio del 2018 quando abbiamo fatto la prima presentazione nella “Casetta ambientale” con vista sulla Diga. Sala piena, l’emozione, poi gli applausi.

Seguono altre presentazioni in tutta la città, una anche in Regione Liguria, all’incontro sono attesi l’amministratore delegato di A.R.T.E. (l’Azienda Regionale Territoriale per l’Edilizia della Provincia di Genova) e gli assessori alla casa del Comune di Genova e Regione Liguria, ma succede che due ore prima della presentazione Giovanni Toti e Marco Bucci – rispettivamente presidente della Regione Liguria e sindaco di Genova – annullino la loro presenza per andare al Quartiere Diamante dove, nello stupore generale, annunciano 4 milioni e 600mila euro per il quartiere.

Il sindaco non si era mai avventurato al Quartiere Diamante, nemmeno in campagna elettorale, quel giorno è la seconda volta che si fa vedere, la prima ce lo avevamo portato noi qualche mese prima dopo una campagna social dove con filmati di pochi minuti gli abitanti della Diga lo invitavano a prendere un caffè serale nel quartiere, per vedere in che situazione vivono.

L’emergenza abitativa torna nell’agenda della politica. I media se ne occupano e i protagonisti del documentario sono intervistati e raccontano come è vivere in un quartiere ghetto. L’architettura brutale di quell’angolo di città è la rappresentazione perfetta del disagio, non c’è “rammendo” che tenga per chi vive lì.

La Diga viene giù

Buttarla giù o riqualificare? Sulla questione hanno dibattuto senza trovare una soluzione tutte le giunte dal 2004 ad oggi, da quando l’allora presidente dell’Ordine degli Architetti, Domenico Podestà, lanciò l’idea. Seguono progetti, dibattiti pubblici e privati, ma niente accade, nel frattempo la situazione è sempre più esplosiva. «Vai a dormire la notte e non sai se ti risveglierai al mattino, potresti avere preso fuoco», racconta nel documentario Mario Lo Puzzo, abitante della Diga bianca.

L’emergenza abitativa non fa notizia, se non in alcuni casi. Ad esempio quando nel 2008 gli allora ministri dell’Interno e della Difesa del governo “ombra” del Pd, Marco Minniti e Roberta Pinotti, furono liberati dai Vigili del fuoco dopo essere rimasti  chiusi per oltre venti minuti in un ascensore della Diga, come accadeva tutti i giorni a chi lì abitava. «Gli ascensori sono sempre rotti così la polizia non può salire e controllare chi è agli arresti domiciliari», racconta un altro testimone nel documentario.

«Della demolizione si torna a parlare solo dallo scorso anno, dopo la vittoria elettorale di Marco Bucci e il documentario “DigaVox” realizzato tra gli abitanti. Adesso potrebbe essere la volta buona», si legge su Il Secolo XIX del 28 febbraio 2019.

Il paradosso Diga

Costruita da una giunta di centrosinistra e diventata negli anni luogo di emarginazione e disagio sarà la prima giunta comunale di centrodestra che dalla metà degli ‘80 ad oggi ha governato la città a buttarla giù, insieme a Regione Liguria (sempre a trazione centrodestra). «Sarà l’intervento di riqualificazione nell’ambito delle case popolari più importante dal dopoguerra» ha dichiarato l’assessore alla casa del comune Piciocchi.

E certamente la demolizione della Diga insieme alla ricostruzione del Ponte San Giorgio(ex Morandi) saranno i due gagliardetti che si attaccherà al petto il sindaco Bucci quando chiederà ai genovesi di votare di nuovo per lui nel 2022.

Il futuro non è certo

Se la demolizione è certa, quello che verrà dopo lo è meno. Il disagio non si cancella con le ruspe ma con nuova progettualità, servizi e politiche sociali.

Dalle testimonianze di DigaVox emerge chiaramente come la questione Diga deve essere risolta prima di tutto da un punto di vista sociale, non solo urbanistico. Le periferie devono smettere di essere delle polveriere, dove si concentra tutto il disagio sociale cittadino.

Ma ad oggi la risposta delle istituzioni si ferma agli interventi urbanistici, che certamente sono notevoli. All’ordine del giorno c’è dopo il trasloco di circa 374 famiglie e la fase di strip out interno (sono state tolte infissi, termosifoni, impianti elettrici…) la demolizione vera e propria.

Ma quello che preoccupa di più i residenti – oltre alle difficoltà per la viabilità e per le polveri dovute ai cantieri – è cosa verrà dopo. «Il progetto che era stato presentato è cambiato – racconta Francesco Corso, tra i protagonisti di DigaVox e vicepresidente del Comitato Quartiere Diamante – le sette palazzine di tre piani che dovevano rappresentare il diradamento e la riqualificazione urbanistica sono sparite e al loro posto, per quello che ho avuto modo di vedere, il progetto lascia invece spazio a tre palazzoni di sei piani. Per il momento sappiamo che ci sono i soldi per la demolizione, resta un punto interrogativo per la ricostruzione, sia per quanto riguarda i progetti che i soldi necessari».


Guarda il trailer del film